Trump venezuela © nc
La lettera che pubblichiamo è firmata da Massimo, lettore di okmugello, e nasce come replica diretta all’editoriale della direttrice Nadia Fondelli dedicato alla crisi venezuelana e agli equilibri geopolitici internazionali. La redazione sceglie di pubblicarla volontariamente, nello spirito che da sempre contraddistingue okmugello: favorire il confronto, dare spazio a posizioni critiche e diverse, e alimentare una sana dialettica anche — e soprattutto — quando si affrontano temi complessi e controversi di politica internazionale. In un tempo segnato da conflitti, narrazioni semplificate e schieramenti rigidi, il contributo dei lettori rappresenta un valore editoriale e uno strumento essenziale per tenere aperto il dibattito pubblico, senza rinunciare al pluralismo delle idee.
Le posizioni espresse da Nadia Fondelli, ovviamente legittime, meritano una risposta.
Sgombriamo il campo. Maduro è (stato) un dittatore criminale. Bene la sua scomparsa dalla piazza politica. Se questo si tradurrà in recupero della democrazia in Venezuela è tutto da vedere. I primi segnali sono scoraggianti. Il potere rimane nelle mani della vicepresidente, non è rientrata Machado, leader dell’opposizione scaricata da Trump senza esitazione. Quindi continuità del regime. Le prime parole di Trump (guarda caso) hanno fatto rifermento alle rendite petrolifere, “rubate agli americani” e che debbono loro tornare. Forse vi era già un accordo per una “transizione” di questo genere: ridotta pressione americana in cambio di ripresa del controllo USA sulle fonti energetiche. Vi sembra nuovo? Non ci sarà una guerra civile? Speriamo. I precedenti di Iraq, Afghanistan, Libia etc, tutti creati dagli interventi USA non depongono bene.L’altro corno del problema è sottrarre il Venezuela alla influenza cinese. Ovviamente la Cina è un stato autoritario, da condannare, ma, al di là della oppressione interna e dei problemi della minoranza uigura e del Tibet (che comunque vivono entro confini nazionali) sinora la Cina ha fatto uso (astuto e spregiudicato ma legale) del suo potere economico per legare a sé altri stati. Non ha invaso nessuno (finora).
Quanto al fatto che le reazioni politiche internazionali sono caute, non stupisce. E’ ovvio che i singoli attori, dai potenti (Cina, Russia) ai minori agli insignificanti (Ue) aspettino prima di prendere posizioni che potrebbero risultare controproducenti (tanto più che nessuno è al momento toccato direttamente (fisicamente) da quanto avvenuto e chi se ne frega dei poveri venezuelani (….)
Per quanto riguarda l’ ”invasione “del Venezuela da parte dell’Iran, strano che non se ne sia mai parlato nella stampa internazionale in questi anni (e di tempo ce n’è stato, strano che Trump in genere così assertivo non abbia minimamente accennato a questo problema. Probabilmente verranno fuori. Però attenzione: qualunque “prova” sia presentata dagli USA è destinata a puzzare. Ricordiamo l’invasione dell’Iraq giustificata con la menzogna delle “armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein”.
Molto grave è l’affermazione della giornalista Nadia Fondelli: “Ciò che divide non è il giudizio su Maduro, ma il metodo. E tuttavia, nel sistema internazionale reale, il metodo non si misura solo in astratto, ma nei rapporti di forza. Trump può aver forzato il diritto, ma non ha forzato la geopolitica.” Il realismo viene portato alle sue conseguenze estreme: i rapporti fra gli stati che dovrebbero essere sempre diplomatici sono ormai basati solo sulla forza. In nome della geopolitica tutto è giustificato e permesso. L’etica non esiste più. Quindi smettiamola per favore di aiutare l’Ucraina contro la Russia: che Putin se la prenda tutta o a pezzi come preferisce. Invitiamo la Cina a prendersi Taiwan: tanto è solo questione di tempo. In Africa lasciamo che i vari dittatori e dittatorelli brutali massacrino i loro stessi popoli o le etnie loro estranee.
Quanto all’Europa possiamo applicarle pari pari questo paragrafo dell’articolo: ”Le aziende cinesi hanno messo radici profonde nelle infrastrutture strategiche venezuelane: telecomunicazioni, sistemi di sorveglianza, reti digitali, controllo dei dati. Tecnologie importate che non servono solo allo sviluppo, ma anche – e soprattutto al controllo sociale e politico. Il modello è noto: sviluppo senza diritti, stabilità senza libertà”. Basta sostituire l’aggettivo “cinesi” con “USA” e la situazione è la stessa. L’Ue ha abdicato ufficialmente (non più in modo sotterraneo) alla sua sovranità accettando supinamente i dazi imposti da Trump, l’impegno a investire nelle armi e comunque nella industria made in USA (incredibile: invece di difendere la nostra ricchezza accettiamo di aumentare quella altrui (già prima potenza economica), in cambio di una promessa di difesa ormai scolorita.
Siamo in una situazione in cui, paradossalmente, se forze speciali USA si calassero su Napoli o in Aspromonte per catturare le cupole camorriste o ‘ndranghetiste da tutti conosciute ma contro cui lo stato è impotente in mancanza di prove, dovremmo applaudire, sputando sullo stravolgimento del principio di sovranità nazionale.
Si abbia il coraggio di riconoscere che il secolo americano è stato un secolo di esportazione di violenza a puro scopo mercantilistico, segnato da guerre inutili, fortunatamente perdute (Vietnam), da colpi di stato (Grecia, Cile, Argentina etc) e interferenze (eufemismo!) anche nella nostra politica interna: dal tentato golpe di Junio Valerio Borghese allo stragismo di destra o camuffato di sinistra -caso Moro docet- etc.
Chi scrive è nato e cresciuto nel secolo americano, è imbevuto di cultura americana, ma sente il bisogno di mantenere un atteggiamento critico, proprio per amore dell’oggetto. Certo siamo una piccola nazione: dovendo scegliere a chi inchinarsi meglio gli Usa, che hanno avuto l’intelligenza sinora di utilizzare il soft power, che la Russia sempre brutale, meglio il capitalismo che ti concede un minimo di benessere e qualche opportunità che il comunismo (così come lo abbiamo conosciuto). Ma per favore, si abbia la onestà intellettuale di riconoscere che, con Trump, le distanze fra USA, Russia e Cina non esistono più.
Massimo C.


