Fissò le zone di produzione e vietò di usare quei nomi per bottiglie nate altrove. Il motivo era semplice: le frodi c’erano già, spinte dal successo dei vini toscani sui mercati esteri. In quelle righe, scritte con il linguaggio del Settecento ma con un obiettivo molto concreto, compariva un’idea che oggi conosciamo bene: il legame tra vino e territorio. In pratica, una prima forma di tutela, arrivata più di due secoli prima delle Doc moderne.
Il provvedimento del 1716 non si limitava a elencare quattro nomi importanti. Disegnava confini, fissava regole, metteva divieti. Nessuno poteva vendere o spedire vino come Chianti, Pomino, Carmignano o Val d’Arno di Sopra se quel vino non arrivava davvero dalle zone indicate nel bando granducale. Chi provava ad aggirare la norma rischiava le sanzioni previste dall’autorità medicea.
La ragione era molto concreta. I vini toscani piacevano fuori dal Granducato, anche oltre l’Italia, e quei nomi cominciavano a pesare sul mercato. Valevano denaro. Così, accanto alle botti autentiche, circolavano prodotti di altra origine venduti come se fossero nati sulle colline più note. Cosimo III, spesso ricordato come un sovrano austero e poco incline alle aperture, su questo punto mostrò invece un fiuto amministrativo notevole: proteggere un nome voleva dire proteggere un’economia.
Confini storici: quando Pomino arrivava fino all’attuale Chianti Rufina
Oggi Pomino è legato a una piccola frazione di Rufina, sulle colline che salgono verso la Consuma, tra vigne, boschi e strade strette. Nel Settecento, però, quel nome indicava un territorio molto più largo. Il Pomino del bando mediceo si stendeva tra la Sieve e l’Arno e comprendeva zone che oggi rientrano in gran parte nella denominazione Chianti Rufina Docg.
È qui che la storia prende un altro taglio. Quello che nel 1716 veniva chiamato Pomino può essere considerato, in sostanza, uno dei diretti antenati dell’attuale Chianti Rufina, una delle sottozone più riconoscibili del Chianti. I confini poi si sono ristretti, le denominazioni hanno cambiato volto, i disciplinari sono arrivati molto più avanti. Ma l’idea di fondo era già chiara tre secoli fa: riconoscere a quelle colline una precisa identità produttiva.
Dal Castello di Pomino alle medaglie internazionali dell’Ottocento
Il cuore simbolico di questa storia resta il Castello di Pomino, la cui origine viene fatta risalire al 1500, quando la tenuta prese forma sulle alture della Valdisieve. Attorno al castello, secolo dopo secolo, si è consolidata una produzione capace di andare oltre il mercato locale. Non solo vino per il consumo vicino, dunque, ma bottiglie destinate a viaggiare.
Nell’Ottocento arrivarono anche i premi fuori dall’Italia. I vini di Pomino furono premiati all’Esposizione Universale di Vienna del 1873 e ottennero la medaglia d’oro a Parigi nel 1878, uno dei riconoscimenti più ambiti del tempo. Erano anni in cui le esposizioni internazionali pesavano molto sulla reputazione agricola e industriale dei territori. Una medaglia poteva cambiare il destino di una tenuta. A Pomino accadde proprio questo: un nome già antico tornò a circolare sulla scena europea.
Chardonnay, Pinot nero e alta quota: l’anima francese sulle colline della Valdisieve
C’è un tratto che rende Pomino diverso da molte altre zone del vino toscano. Mentre il Sangiovese restava il riferimento principale in gran parte della regione, su queste colline si guardava anche alla Francia. Intorno alla metà dell’Ottocento la famiglia Albizi introdusse vitigni come Chardonnay e Pinot nero. Una scelta non comune, allora, e legata alle caratteristiche del territorio.
I vigneti di Pomino si trovano infatti tra i 400 e i 750 metri di altitudine, tra i più alti della Toscana. Il clima più fresco, le forti escursioni termiche e l’esposizione delle colline hanno favorito nel tempo varietà di impronta borgognona. Quando la Doc Pomino arrivò nel 1983, fu la prima in Italia costruita sullo Chardonnay. Un dettaglio che ancora oggi distingue questa denominazione nel panorama nazionale.
Da quella vocazione è nato anche il Benefizio, Chardonnay riserva considerato il primo bianco italiano affinato in barrique. Accanto ai bianchi, Pomino produce oggi Pinot nero in purezza, spumanti metodo classico e Vin Santo, mantenendo un profilo in parte diverso dal resto della Toscana centrale. Il filo con il passato resta evidente: dalle carte di Cosimo III alle vigne d’alta quota, Pomino continua a raccontare una storia lunga, fatta di confini, commercio e identità territoriale.






