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Matteo Messina Denaro: I grandi criminali vengono traditi dal loro corpo.

L'editoriale di Paolo Maurizio Insolia, il giovane laureando, analizza e commenta la notizia del momento riguardo all'arresto di Matteo Messina Denaro.

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il poster del padrino il poster del padrino © Carabinieri ROS
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Con la sua cattura si chiude definitivamente il periodo delle stragi mafiose che ha insanguinato l’Italia negli anni Ottanta/Novanta. Cosa accadrà adesso all’interno dell’organizzazione criminale siciliana?
Alla fine ce l’ha fatta: lo stato italiano ha vinto. Gli italiani hanno vinto. Il 16 Gennaio 2023 è una data che rimarrà impressa per sempre nella memoria collettiva, come quella del 15 Gennaio di trent’anni fa, giorno dell’arresto di Salvatore Riina, il capo supremo di Cosa Nostra, che decise di fare la guerra sia ai boss mafiosi palermitani che allo stato, trucidando i suoi più fedeli servitori. Tra questi ultimi ricordiamo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Se Riina riuscì a vincere la guerra contro i capimandamento di Palermo, con lo stato invece la perse. Lo stesso accadde al suo successore, Bernardo Provenzano, catturato nelle campagne della sua Corleone l’11 Aprile 2006, e pochi giorni fa a Matteo Messina Denaro, pupillo di Riina e suo fiancheggiatore nel periodo in cui la mafia piazzava bombe e assassinava donne e bambini. 

Latitante da trent’anni, Messina Denaro, affetto da un cancro al colon metastatico, è stato catturato nella clinica “La Maddalena”, a Palermo, in fila per l’ennesima visita di controllo. Anni e anni di indagini concretizzate negli ultimi mesi, quando dalle intercettazioni ambientali i familiari del boss annuivano a qualcuno malato di cancro. Da lì le forze dell’ordine hanno posto sotto osservazione i malati oncologi della provincia di Trapani, suo luogo d’influenza, e uno di questi, Andrea Bonafede, geometra sessantenne prestatore dell’identità a Messina Denaro, risultava sospetto. 

Era l’arresto che più aspettavamo, ma guai a cantare vittoria. La mafia non è un’erbaccia che basta eradicare dal terreno, ma, come disse Tommaso Buscetta nel carcere di Rebibbia durante il confronto con Salvatore Riina - che rimase in silenzio per tutto il tempo - la mafia si riproduce come un cancro. Perciò non è sufficiente tagliarle la testa, e necessita di continui arresti e confische. Come tutte le organizzazioni criminali mafiose, Cosa Nostra gode di una vasta rete di protezione, ed è diventata abilissima nel mimetizzarsi. Spesso comunica attraverso i pizzini, e ha interessi in più settori; dà lavoro alla gente comune, e ha piantato le radici in un territorio, la Sicilia, storicamente omertoso. 

Rispetto al passato in molti alzano la testa contro le intimidazioni dei mafiosi, infatti il pizzo non è più il loro maggiore sostentamento. In Sicilia la mafia si è indebolita, eppure continua a macinare milioni. Non usa più le pallottole e il tritolo per risolvere le questioni, in quanto la violenza attira la giustizia, e quindi preferisce rendersi invisibile.

Messina Denaro, che secondo le stime ha un patrimonio che va dai quattro a cinque miliardi di euro, aveva le mani in pasta ovunque. La maggior parte dei suoi introiti derivavano dal redditizio settore energetico verde - eolico e fotovoltaico – ma secondo un numero considerevole di studiosi e uomini al servizio delle istituzioni non era il capo dei capi, come invece lo fu Totò Riina. La sua attività criminale non varcava i confini di Trapani e provincia. A Palermo, il capoluogo siciliano dove si combatté la guerra di mafia vinta dai corleonesi di cui Messina Denaro faceva parte, comandano altre famiglie. Egli è certamente una figura di spicco dalla forte egemonia territoriale, un boss, ma non un capo assoluto. 

Guai a pensare che la mafia sia sconfitta. 

Cosa Nostra è un’organizzazione gerarchica con al vertice un capo, ovvero la mente decisionale. In caso di arresto prende il posto un sostituto, ma anche se in carcere egli continua a svolgere la sua funzione di capo. Messina Denaro, che è destinato al 41 Bis, rimarrà pur sempre il capo del suo mandamento, Castelvetrano, e di Trapani, e i suoi affari verranno gestiti da altri.

Lo stato perciò deve continuare a braccare la mafia. Siamo ancora lontani dallo sconfiggerla definitivamente, ma ci riusciremo. Come disse Giovanni Falcone: La mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine

Intanto la Sicilia si è liberata di un uomo spietato, colpevole di aver sequestrato e ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo, di quindici anni, figlio di un collaboratore di giustizia, e di averlo sciolto nell’acido. Si è liberata di un killer che ha freddato decine di persone, e che ha organizzato, insieme a altri, gli attentati nelle città di Palermo, Roma, Firenze e Milano.

Un’ultima considerazione: i grandi criminali spesso vengono traditi dal loro corpo. E’ come se il corpo, la scatola entro cui vivono e a cui non possono sottrarsi, volesse comunicargli che non sono dèi, e che il potere che inseguono con tanta ingordigia non può egemonizzare gli organi e i tessuti che li fanno vivere. E’ il corpo che ha il potere su di noi, non il contrario. Il cuore malato di Riina, il tumore alla prostata di Provenzano e quello al colon di Messina Denaro: tre capi della stessa cosca traditi dal loro stesso organismo, quasi volesse redimersi dalle azioni immorali a cui ha partecipato. 

Il corpo, che può essere colpito dai proiettili e soccombere, come quello di Stefano Bontade e di Michele Cavataio, o finire dietro le sbarre fino al tramonto delle sue funzioni, come quello di Luciano Liggio. 

La devozione dei mafiosi al dio biblico forse arriva dalla consapevolezza che il corpo è più cuinnutu del pentito peggiore, perciò si dedicano all’anima, omettendo di proposito dalla loro coscienza che il dio a cui si rivolgono predica la pace, non la guerra, e sta dalla parte della giustizia, e non della criminalità. 

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