Le chiamavano fiascaie, o fiaschettaie. Stavano sull’uscio, nelle stanze di casa, nei cortili, con la paglia bagnata tra le dita e un mestiere imparato da bambine. Prima che quella bottiglia panciuta finisse sulle tavole di mezzo mondo, qualcuno doveva vestirla. A Pontassieve, spesso, erano loro.
La storia dell’impagliatura del fiasco in Toscana viene da lontano, probabilmente tra Trecento e Quattrocento, quando il contenitore in vetro era già parte della vita quotidiana e dell’immaginario del tempo. Il fiasco toscano compare nel Decameron di Boccaccio e, più avanti, anche nelle scene dipinte da Botticelli e Ghirlandaio. Non era solo un oggetto utile. Era una presenza familiare, riconoscibile.
All’inizio, secondo le ricostruzioni locali, erano soprattutto gli uomini a occuparsene. Poi il lavoro passò in gran parte alle donne e diventò un mestiere domestico femminile, fatto ogni giorno con gesti rapidi, precisi, quasi automatici. La paglia intrecciata non serviva soltanto a rendere più bello il fiasco: proteggeva il vetro dagli urti, lo riparava dal calore e permetteva al vino di affrontare viaggi lunghi, prima sui carri, poi verso mercati sempre più lontani.
Era un lavoro povero, ma tutt’altro che semplice. Chi lo conosceva raccontava che una brava fiascaia sapeva “sentire” la paglia con le mani: capire quando era abbastanza morbida, stringerla senza romperla, farla aderire al vetro senza lasciare spazi vuoti. Per molto tempo nessuna macchina riuscì davvero a rifare quella regolarità.
La “gita”, i formati e il lavoro a domicilio delle donne
A Pontassieve tutto seguiva un rito preciso, chiamato in paese la “gita”. Si partiva con un carretto per ritirare i fiaschi grezzi, prodotti anche nella vetreria locale, e si tornava a casa con il carico da finire. Lì la paglia veniva bagnata, ammorbidita e poi intrecciata attorno alla parte bassa del contenitore. Un fiasco dopo l’altro. Per ore.
Le fiascaie lavoravano spesso in piccoli gruppi. D’inverno restavano in casa, con la luce che entrava dalle finestre e le mani sempre in movimento. Con la bella stagione si mettevano fuori, davanti all’uscio, scambiandosi notizie, consigli, qualche battuta. La paga era bassa, le giornate lunghe. Ma quei soldi, pochi e necessari, aiutavano famiglie contadine e operaie spesso in equilibrio fragile.
I formati più diffusi erano due: il toscanello, destinato soprattutto al mercato italiano, e il mezzo peso, pensato per l’estero. Cambiava la misura, non la sostanza. Servivano pazienza, velocità e precisione, perché si lavorava a cottimo e il guadagno dipendeva dal numero di pezzi consegnati. “Le mani non si fermavano quasi mai”, hanno ricordato negli anni alcune anziane del paese durante le rievocazioni locali.
Ruffino, Pontassieve e quel fiasco diventato simbolo nel mondo
Il legame tra le fiascaie di Pontassieve e la storia del Chianti passa anche da Ruffino, casa vinicola nata in paese nel 1877. L’azienda puntò presto sull’unione tra vino toscano e fiasco impagliato, trasformando quella bottiglia in un’immagine riconoscibile anche all’estero: pancia larga, collo sottile, paglia chiara a proteggere il vetro. Un segno semplice, ma capace di restare impresso.
Attorno a quella filiera lavoravano in molti. C’era la vetreria, c’erano i trasportatori, c’erano le famiglie che ricevevano le commesse e riportavano i fiaschi pronti. Il lavoro delle donne impagliatrici arrivava da Pontassieve e dai paesi vicini, in un raggio di decine di chilometri. Una rete fitta e silenziosa. Non un’industria come la intendiamo oggi, ma un’economia sparsa, fatta di case, cortili e magazzini.
Tra gli episodi tramandati dall’azienda c’è quello del Proibizionismo americano: secondo la ricostruzione di Ruffino, alcuni fiaschi di Chianti venivano venduti negli Stati Uniti nelle farmacie, presentati come rimedio contro lo stress. Nella sede di Pontassieve è conservato anche un fiasco sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e all’alluvione del 4 novembre 1966. È rimasto lì, in una teca, quasi a tenere insieme vino, memoria e lavoro manuale.
Dallo sciopero del 1896 alla statua: la memoria di un mestiere scomparso
Le fiascaie non furono soltanto mani chine sulla paglia. Nel 1896, durante uno sciopero nel settore della lavorazione della paglia, scesero in piazza in massa per chiedere condizioni migliori. Fu una partecipazione importante, in anni in cui il lavoro femminile veniva spesso considerato secondario, anche quando teneva in piedi intere famiglie. A Pontassieve, invece, quel mestiere aveva un peso vero. Si vedeva. E contava.
Con il declino del fiasco impagliato, sostituito poco alla volta da bottiglie più adatte alla distribuzione moderna, il mestiere è scomparso. Nel 2015 il Comune ha dedicato alle fiascaie un monumento in piazza Libero Grassi, un luogo scelto non a caso: proprio lì, secondo la memoria locale, le donne ricevevano le commesse e riconsegnavano i fiaschi finiti. Una statua, certo. Ma anche un modo per non lasciare quel lavoro soltanto nei racconti di famiglia.
Il paese ha ricordato in modo speciale anche Fernanda Bartolini, per tutti Franca, considerata l’ultima fiascaia di Pontassieve. Conosciuta in paese e impegnata per i diritti delle donne, continuava a mostrare l’arte dell’impagliatura durante le feste locali, dal Toscanello d’Oro di giugno al Cookstock di settembre.
Negli anni, alcune anziane hanno fatto lo stesso nelle fiere e nelle rievocazioni, insegnando ai più giovani l’intreccio della paglia. Ruffino ha riportato in commercio il suo fiasco, ma oggi il rivestimento è in carta certificata: la forma resta, il gesto antico appartiene alla memoria.






