Sulle rive dell’Arno, poco lontano da Firenze, un complesso medievale racconta ancora una stagione in cui il lavoro della lana trasformò l’economia del territorio.
Le Gualchiere di Remole, visibili dalle Sieci, conservano le tracce di una storia fatta di acqua, artigiani e grandi trasformazioni. Dopo lunghi anni di abbandono, il recupero del complesso ha assunto un nuovo significato per la Valdisieve. Tra interventi già completati e progetti ancora da concretizzare, resta da capire quali passi porteranno davvero alla riapertura.
Dalla follatura dei panni di lana al cuore dell’economia fiorentina
Il nome Gualchiere viene dalla “gualcatura”, o follatura: una lavorazione fondamentale dei panni di lana. I tessuti venivano battuti, pressati, compattati. Così diventavano più morbidi, più resistenti e in parte impermeabili. Per farlo serviva una forza costante, giorno dopo giorno.
A Remole quella forza arrivava dall’Arno: la corrente muoveva le ruote, le ruote azionavano i magli, i magli battevano le pezze ancora umide prima del ritorno a Firenze per le rifiniture. Secondo la tradizione, il complesso nacque circa 700 anni fa ed è legato alla famiglia Albizi.
Gli studiosi collocano la costruzione intorno alla metà del Trecento, mentre il primo documento certo risale al 1425. In quegli anni Firenze costruiva una parte decisiva della sua ricchezza sulla lana. E le Gualchiere di Remole erano uno degli ingranaggi più preziosi di quella macchina economica.
Cinque secoli di lavoro, poi l’alluvione e il silenzio
Per quasi due secoli l’opificio passò tra alcune grandi famiglie fiorentine: dagli Albizi ai Rucellai, fino ai Valori. Nel 1541 arrivò l’acquisto da parte dell’Arte della Lana, la potente corporazione dei lanaioli. La gestione continuò fino al 1728. Poi, con le riforme lorenesi e l’abolizione delle arti voluta da Pietro Leopoldo di Lorena, il complesso entrò tra i beni di Santa Maria del Fiore.

Gli antichi macchinari per la lavorazione della lana nelle gualchiere medievali – Okvaldisieve.it
Dentro quelle mura, però, non c’erano solo macchine e lavoro. C’era un piccolo borgo, con case e anche una scuola elementare, rimasta aperta fino agli anni Sessanta. A spezzare davvero la continuità fu l’alluvione del 4 novembre 1966, che danneggiò l’area e distrusse anche l’approdo del traghetto. Dopo alcuni usi come mulino e colorificio, dal 1980 le Gualchiere sono rimaste di fatto vuote.
Una presenza, però, è rimasta: lo scultore Piero Gensini, che dal 1992 ha qui il suo studio e negli anni ha aperto gli spazi per mostre e visite. «Questo luogo ha ancora una voce», ha raccontato più volte a chi entrava tra cortili, stanze spoglie e pietre segnate dall’umidità.
Tetti rimessi in sicurezza e fondi per riaprire le Gualchiere
Negli ultimi mesi il recupero delle Gualchiere di Remole ha ripreso corpo. A giugno 2025 si sono conclusi i lavori sulle coperture, finanziati con 340mila euro del Fondo sviluppo e coesione: soldi destinati al consolidamento dei tetti e alla ricostruzione delle parti crollate.
A settembre 2025, durante un sopralluogo con i sindaci di Pontassieve e Bagno a Ripoli, il presidente della Regione Eugenio Giani ha annunciato 3 milioni di euro nel bilancio regionale 2026 per avviare il futuro museo. Il 18 giugno 2026, inoltre, Palazzo Vecchio ha approvato il primo stralcio di recupero dell’opificio e del borgo, con l’obiettivo di aprire i primi itinerari di visita e creare servizi di accoglienza.
Resta sul tavolo anche un’idea in linea con la storia del luogo: tornare a usare la forza dell’Arno, valutando una piccola centrale idroelettrica collegata alla pescaia. Una data ufficiale per l’apertura ancora non c’è. Dalle Sieci, intanto, le torri restano lì, sull’altra sponda. Meno dimenticate di prima.






