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Neonata rischia di morire 70 minuti dopo la nascita: piccolo miracolo all'ospedale di Ponte a Niccheri

Rarissimo caso di collasso neonatale inaspettato. Vitale il tempestivo intervento di medici e infermieri della pediatria

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Neonato Neonato © Pixabay
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Un caso rarissimo e che può portare anche a morte neonatale, definito in gergo tecnico SUPC (Sudden Unexpected Postnatal Collapse) e meglio conosciuto come collasso improvviso e inaspettato, è accaduto nei giorni scorsi all’ospedale Santa Maria Annunziata, l’ospedale in località Ponte a Niccheri a Bagno a Ripoli, diretto da Andrea Bassetti. L’eccezionalità dell’evento è confermato dai numeri: la letteratura internazionale indica una incidenza stimata tra i 3 e i 6 casi del genere su 100mila nati, con la possibilità di un caso ogni 15 anni di verificarsi negli ospedali di area fiorentina.

Il collasso neonatale si verifica prevalentemente nei primi 7 giorni di vita ma anche nelle prime due ore dalla nascita. All’Annunziata si è verificato su una neonata a circa 70 minuti di vita ed ha richiesto la reazione pronta e tempestiva di tutta l’equipe medica e infermieristica che era presente in sala parto. Grazie al pronto intervento del personale ma anche all’applicazione delle procedure che gli ospedali prevedono e sono tenuti ad applicare in questi casi, è stato possibile intervenire stabilizzando immediatamente la neonata che ora è ricoverata al Meyer: i primi dati fanno ben sperare per una risoluzione completa.

Quando si verifica

La letteratura concorda nel definire che circa 1/3 dei casi si verifica nelle prime due ore di vita, anche se il periodo temporale che intercorre tra la nascita e il verificarsi dell’evento non è però universalmente definito (per le linee guida inglesi nei primi 7 giorni di vita). Le stime più recenti sono state fornite dagli inglesi, durante la stesura delle linee guida per lo studio dei neonati con SUPC nella prima settimana di vita, revisionando 14 pubblicazioni al riguardo e concludendo con un’incidenza pari a circa 3-8 casi su 100.000 neonati vivi.

Come funziona la sorveglianza del bimbo post parto all'Osma

All’ospedale di Santa Maria Annunziata, la sorveglianza del benessere del neonato nell’immediato post partum nelle prime due ore avviene ogni 30 minuti durante i quali viene valutata la posizione del neonato in braccio alla mamma, se è presente la suzione, se il colorito è buono, se le vie aeree sono libere, la perfusione dei tessuti, la risposta agli stimoli ambientali e la temperatura corporea. Se necessario anche la saturazione.

Sarebbe potuto accadere di tutto. Per questo mi complimento con il personale medico e sanitario – ha dichiarato Alberto Mattei, direttore del dipartimento materno infantile della Asl Toscana centro – Devo sottolineare che ha funzionato anche tutto il livello organizzativo, quello delle procedure previste dall’Azienda sanitaria che devono essere applicate in questi casi. Certi volumi di parti sono determinanti nei punti nascita proprio per garantire l’expertise anche in casi di emergenza come quello che si è verificato all’Annunziata”.

Come può accadere che un neonato in buona salute, muoia o subisca danni gravi per un collasso improvviso e inaspettato a causa di un arresto respiratorio e cardiaco?

Queste le spiegazioni di Gianpaolo Mirri, direttore di Neonatologia e Pediatria del Santa Maria Annunziata : “E’ vero, purtroppo è cosi, benché rari, gli episodi di SUPC possono presentare conseguenze drammatiche con esito in morte nella metà dei casi segnalati e gravi disabilità neurologiche nella maggior parte dei neonati sopravvissuti  Determinante per gli esiti, sono la tempestività e la appropriatezza degli interventi  nell’immediatezza dell’evento (rianimazione neonatale e stabilizzazione post-rianimatoria) e la qualità delle cure successive, che devono essere garantite da un centro di Terapia Intensiva Neonatale, il Meyer, nel nostro caso. Nel 30-60% dei casi di SUPC possono essere diagnosticate patologie sottostanti come infezioni neonatali, difetti del metabolismo, cardiopatie congenite ma è verosimile che all’origine dell’evento vi sia una predisposizione genetica in combinazione con una condizione esterna che agisce in un periodo di alta vulnerabilità. Molti casi, però, rimangono senza una causa”.

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