Valdisieve

Le foglie di Vallombrosa finirono nel “Paradiso perduto”: il verso inglese nato in una foresta di Pelago

Un bosco della Valdisieve è diventato immortale grazie ai versi di un grande poeta inglese. Tra storia, leggenda e viaggi romantici, scopriamo il sorprendente legame tra Milton e Vallombrosa.

Foglie autunnali lungo un ruscello nel bosco

Foglie autunnali lungo un ruscello nel bosco - Okvaldisieve.it

Una foresta dell’Appennino toscano è entrata nella storia della letteratura inglese grazie a pochi versi che trasformano le foglie d’autunno in un’immagine indimenticabile.

Nel 1667 John Milton scelse la foresta di Vallombrosa, nel territorio di Pelago, per descrivere gli angeli ribelli nel primo libro del Paradise Lost. Quel riferimento ha lasciato nella Valdisieve un legame sorprendente con uno dei grandi poemi della letteratura mondiale.

I tre versi che portarono la Valdisieve nella grande letteratura inglese

Nel primo libro del Paradiso perduto, Satana si risveglia sulle rive di un lago di fuoco. Attorno a lui ci sono gli angeli caduti, a terra, storditi, impossibili da contare. Per descriverli, Milton non sceglie un campo di battaglia e nemmeno un richiamo biblico diretto. Scrive che sono fitti come le foglie d’autunno che coprono i ruscelli a Vallombrosa, “where th’ Etrurian shades / High overarch’t imbowr”. Poche parole. Ma con un nome preciso, reale.

L’immagine delle anime paragonate alle foglie morte arriva da lontano. La usano Omero e Virgilio. Poi Dante, nel terzo canto dell’Inferno, quando i dannati si staccano dalla riva dell’Acheronte come foglie in autunno. Milton, che gli italiani li conosceva bene, fa però un passo in più: mette sulla pagina una geografia esatta.

Vallombrosa, attorno all’abbazia fondata nell’XI secolo da San Giovanni Gualberto, a circa mille metri di quota e a una trentina di chilometri da Firenze. È lì che il verso smette di essere solo una citazione colta e diventa un luogo che si può cercare sulla carta.

Il viaggio italiano di Milton e il mistero della visita mai provata

Che Milton abbia visto davvero la foresta di Vallombrosa non è certo. Il poeta viaggiò in Italia tra il 1638 e il 1639, si fermò a Firenze e incontrò Galileo Galilei, ormai anziano e agli arresti domiciliari. Secondo alcuni studiosi, potrebbe essere stato proprio Galileo, che da ragazzo aveva studiato con i monaci vallombrosani, a parlargli di quel paesaggio di abeti, fossi e ombre fitte. Un’ipotesi affascinante. Ma resta un’ipotesi.

L abbazia di Vallombrosa immersa nei colori autunnali

L’abbazia di Vallombrosa immersa nei colori autunnali – Okvaldisieve.it

Ci sono anche dettagli che non tornano del tutto. Le date del soggiorno fiorentino rendono difficile immaginare Milton a Vallombrosa in pieno autunno. E gli abeti, così presenti in gran parte della zona, non perdono foglie come faggi e castagni. Però la letteratura vive anche di memoria, racconti ascoltati e invenzione. Quel verso funzionava allora e funziona ancora oggi, soprattutto nei tratti più misti del bosco, quando le prime foglie gialle finiscono davvero nei fossi.

Dal pellegrinaggio romantico al Paradisino: l’eredità visibile del mito letterario

L’effetto più concreto di quei versi si vide nell’Ottocento. Viaggiatori e scrittori britannici cominciarono a salire verso Vallombrosa convinti di camminare sulle tracce di Milton. Passarono da qui William Wordsworth, Mary Shelley ed Elizabeth Barrett Browning. Il nome entrò nelle guide Baedeker e Murray, le mappe sentimentali del Grand Tour. Non era una semplice escursione: era un pellegrinaggio letterario, con taccuini, carrozze e soste all’abbazia.

Quel passaggio continuo aiutò a trasformare la zona in una meta di villeggiatura. Arrivarono la strada carrozzabile e, nel settembre 1892, la ferrovia a cremagliera da Sant’Ellero verso Saltino, simbolo di una stagione turistica destinata poi ad affievolirsi con la Prima guerra mondiale.

Di quel mito resta ancora una traccia visibile: il Paradisino, edificio su uno sperone roccioso lungo la strada che sale verso il Secchieta, con una lapide che ricorda la presunta visita di Milton nel 1638. Oggi ospita attività didattiche dei corsi di Scienze forestali dell’Università di Firenze. Gli studenti ci arrivano per studiare botanica, selvicoltura ed ecologia. E, senza troppa retorica, lavorano tra gli stessi alberi entrati in un poema inglese quasi quattro secoli fa.

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