Come persero tutto e non ebbero risarcimenti. Sono passati cinquanta anni dall’ alluvione di Firenze, una delle più famose catastrofi che il nostro territorio abbia visto in epoca recente. Voglio riportare qui un racconto di una cara persona, di una “piccola tragedia” dimenticata, di una serie di storie che hanno coinvolto il territorio della provincia e che in breve tempo sono state dimenticate. Non parla di Firenze, non parla dei libri della Biblioteca Nazionale e degli Angeli del Fango, ma solo di persone normali, di luoghi comuni e vita quotidiana.
“50 anni dall’alluvione, ne parlano tutti della data è il 4 novembre , ma non per tutti, a casa mia al Cortino a Pontassieve è arrivata l’acqua dell’Arno la sera del 3 novembre, l’acqua dell’Arno cresceva ed il mio babbo e mio zio hanno iniziato prima a legare le botti di vino perché lì c’era tutto il loro lavoro e l’Arno cresceva, quando l’acqua è iniziata ad entrare nell’aia, allora il mio babbo ha cercato di mettere in salvo le bestie della stalla, mia sorella Francesca è mio cugino Roberto sono andati con lui, sperando di allontanarsi dal fiume, intanto mio zio Mario prendendo in braccio un vitellino lo salvava in capanna.
Mio cugino Giuliano, intanto si affacciava alla finestra di cucina piangendo e chiedendo aiuto, mentre io tranquillizzandolo gli grido che io e la mia mamma saremmo salite in casa. Lo abbiamo fatto con l’acqua che arrivava già all’altezza della mia pancia, poi in casa è arrivata anche la zia Delia e lo zio Mario salvandosi perché un attimo prima un’ondata ha buttato giù la porta della cantina fonda così il livello dell’acqua si è abbassato e lui è rientrato in casa. Però non sapevamo che ormai noi eravamo in mezzo al fiume, che l’Arno aveva già allagato tutte le campagne impedendo di allontanarci. Fortunatamente avevamo una casa solita era in origine un convento.
Con la mia mamma abbiamo passato il tempo ad affacciarsi alle finestre guardando il crescere dell’acqua. Verso le 6 della mattina del 4 novembre un’ondata entra dentro la finestra di cantina noi guardavamo l’acqua riesce di colore rossastro, le botti non avevano retto, addio raccolto di vino. Il tempo passava e l’acqua cresceva Corrado il mio vicino di casa l’altro contadino era solo mi chiamava mi diceva: Robertina come si fa… io cercavo di tranquillizzato ma era difficile perché l’acqua faceva rumore si sentiva male e poi lui la cucina l’aveva al piano terra e lì c’erano le camere penso che non avesse nemmeno da bere e noi non potevamo aiutarlo se non solo a parole.
Sopra di noi nel pomeriggio è venuto anche l’elicottero mandato sopra casa nostra dai parenti e da Vasco allora mio fidanzato, ma era troppo pericoloso per salire dovevamo andare su un tetto con il rischio di scivolare. Verso le 16 del pomeriggio ha smesso di piovere e piano piano l’acqua ha iniziato a diminuire. Quando era già buio i nostri Angeli del Fango che non sono famosi con tanta fatica portando delle assi, aprendosi una strada al buio e rischiando di farsi male sono riusciti a portarci in salvo, tutti ragazzi giovani, Vasco Bartolozzi, Sandro Labischi Sandro Sbolgi, Mauro Trentanove, il Ciullini, ed altri grazie a tutti… l’unico rimpianto io amante delle fotografie, che avevo in casa anche la macchina fotografica con il rotolini (allora era così ) non ho scattato nessuna foto le mie sarebbero state uniche inedite…ma non l’ho fatte, ma nella mia testa rivivo momento per momento, io e la mia mamma sempre vicine, anche quello è bello…cercando sempre il positivo.”
Dopo l’alluvione, alla famiglia di Roberta non fu riconosciuto niente di tutto quello che andò perso in quei giorni. Persero il vino e tutto il raccolto di grano di una stagione, oltre alle bestie che dovettero essere abbattute.
Nella foto (foto Aldo Giovannini): una casa colonica invasa dall’acqua in Mugello in quel 4 novembre 1966.
Gugliemo Braccesi






